1949~ “Ti fidi di me?”

“Ti fidi di me?
Me lo diceva sempre, ti fidi di me?
Era come un patto silenzioso.

Ti fidi di me?

E io dicevo sempre no. Doma i tuoi leoni, gli dicevo, non me.
Era proprio un tipo strano, tuo nonno.”

Ti fidi di me?

Lei aveva gli occhi neri e una voglia a forma di cuore vicino alla bocca. Non sapeva leggere ma sapeva cantare, e a volte scriveva poesie sulla superficie dell’acqua, giù in risaia, a volte scriveva comete, ci soffiava sopra e un germoglio di riso le aveva già buttate via.

Lui aveva gli occhi verdi e non credeva a niente.

Lei diceva che non parlavano mai, che parlarono poco e sempre a bassa voce, quando si lanciavano nel vuoto e la gente sotto di loro nemmeno ci credeva, e la gente piangeva ridendo.

Lui aveva un circo, una kampina che sapeva di lavanda e miele, le spalle larghe e una lingua che lei non conosceva. La sera prendeva una carta dal mazzo e la lanciava in aria, poi la riprendeva, tirava fuori una moneta, testa o croce, testa o croce, non importa, lanciava anche quella.

Erano scappati una notte con la luna disfatta, lei aveva salutato la pianura e il grembo dei tulipani, aveva preso un vestito, quello strappato dai giorni in risaia.

Che sarà, aveva detto, e l’aveva indossato di fretta, infilandoci dentro i piedi come si salta una frontiera.

Aveva imparato a vivere volando.

Lui le aveva fatto vedere i leoni e le pantere: gli bastava una parola, un sorriso agli angoli della bocca e loro sedevano come sfingi felici ai suoi piedi. Le aveva insegnato a salire sul cerchio, a lanciarsi dal trapezio. Le aveva preso la mano a dieci metri di altezza e lei aveva riso, così come si ride alle cose del mondo che spettinano. Visti da fuori, diceva lui, non erano acrobati, erano stelle.

Non andò come nei film.
Non si sposarono e certo non si amarono, fecero un figlio poi basta, lei tornò alla pianura e lui, solo, continuò il suo viaggio, fino alla morte. Si innamorò, si sposò, ebbe molte figlie.

Tornò solo una volta, per guardare suo figlio negli occhi, occhi negli occhi ed erano uguali.
Non parlò nemmeno quella volta e nemmeno suo figlio parlò.
No, suo figlio fece qualcosa di più che accettare le scuse. Prese il cappello di notte, salutò i campi con la mano di pane e salì al volo sull’ultima kampina.

Lei li guardò andarsene, rivide se stessa a quindici anni, appoggiò la testa alla mano, sulla porta di casa. Non provò a fermarli. Giurò più volte che non aveva pianto.

Non so se mia nonna mentisse,
so però e quasi lo vedo, che quando mio padre tornò, sette anni dopo, lo rincorse per tutto il paese col mattarello e poteva pure avere cinquant’anni ma se correva, gente, se correva.
Poi però, e questo lo disse mio padre, appena riuscì a raggiungerlo, gli disse: “Mo va là, brut disgrazià, ma almen quel l’hat imparà?” Ma almeno qualcosa l’hai imparato?

E mio padre prese la sua valigia, tirò fuori qualche pallina e un dischetto di legno, si mise a fare il giocoliere.

Risero entrambi, lei si alzò piano, solenne: “Io lo facevo meglio.”

Non so nemmeno se si siano mai più rivisti, i miei nonni.

So che lui aveva una foto e ogni tanto la guardava, lanciava una moneta, testa o croce, ti fidi di me?

Ti fidi di me, che le notti hanno braccia gelide e il respiro bruciato, ti fidi di me che ti dipingo due rose su una palpebra e poi domani le cancello, e poi domani chissà, tu apri la gabbia dei leoni e balli nel cerchio di fuoco, io corro, io volo, ti fidi di me, Fiammetta, ti fidi di me?

L’unica cosa che ricordo di lui, di mio nonno, è uno spicchio di luce che gli baciava i capelli nella cucina della kampina, un pomeriggio che era quasi sera, e quella foto tra le mani, mentre diceva: “Che testa di legno, che avevi, Fiammetta, che testa di legno.” E un sorriso veloce, quasi complice, alla luna.

“Adesso ti fidi di me?” “

©morenarimbaud

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